Energia e competitività: la finanza sostiene la transizione e la crescita delle imprese. Per Bankitalia il credito è un fattore chiave.
L’energia resta il fondamento dello sviluppo economico e della competitività industriale. Ma le recenti crisi geopolitiche, dalla guerra in Ucraina alle tensioni nello Stretto di Hormuz, hanno ricordato quanto l’economia globale sia ancora vulnerabile agli shock energetici. Per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, la transizione energetica non rappresenta soltanto una sfida ambientale, ma anche una necessità strategica ed economica.
Nonostante i progressi tecnologici e l’aumento dell’efficienza energetica registrato negli ultimi decenni, la domanda mondiale di energia continua a crescere. Secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), entro il 2035 i consumi globali potrebbero aumentare tra l’8% e il 14%, sostenuti soprattutto dalle economie emergenti dell’Asia.
Parallelamente è destinata ad accelerare la domanda di elettricità, trainata dalla diffusione dei veicoli elettrici, delle pompe di calore, dalla digitalizzazione e dall’espansione dei data center. In questo contesto, l’elettrificazione dei consumi viene considerata una delle leve più efficaci per ridurre il fabbisogno energetico complessivo, grazie alla maggiore efficienza delle tecnologie elettriche rispetto a quelle alimentate direttamente da combustibili fossili.
A livello globale gli investimenti nel settore energetico stanno orientandosi sempre più verso le tecnologie pulite. Nel 2026 circa due terzi delle risorse destinate al comparto energetico saranno assorbite da rinnovabili, accumuli, reti elettriche, efficienza energetica e altre tecnologie a basse emissioni.
Le energie rinnovabili sono ormai considerate competitive rispetto alle fonti fossili in numerosi contesti produttivi e nel 2026 dovrebbero diventare la principale fonte di generazione elettrica mondiale, superando il carbone.
L’Italia mostra segnali positivi soprattutto nel fotovoltaico, ma continua a procedere a un ritmo inferiore rispetto alla media europea e agli obiettivi fissati dal Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec). Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della produzione elettrica nazionale, contro una media europea pari al 49%.
Uno dei temi più dibattuti riguarda il rapporto tra transizione energetica e dipendenze strategiche. Se da un lato le rinnovabili riducono la necessità di importare combustibili fossili, dall’altro richiedono tecnologie e materie prime critiche spesso concentrate in pochi Paesi.
Tuttavia, una volta installati, gli impianti rinnovabili garantiscono una produzione energetica stabile per decenni e riducono sensibilmente l’esposizione ai rischi geopolitici e alle oscillazioni dei mercati internazionali. Per questo motivo Bruxelles continua a promuovere iniziative come RePowerEU e gli altri programmi orientati a rafforzare l’autonomia energetica europea e la capacità industriale interna.
La crescita delle fonti rinnovabili pone però il problema della loro natura intermittente. Il sistema elettrico deve infatti essere in grado di gestire sia i periodi di eccesso di produzione sia quelli in cui la generazione da sole e vento risulta insufficiente.
Le principali soluzioni individuate riguardano il potenziamento delle reti, lo sviluppo dei sistemi di accumulo, una maggiore integrazione europea delle infrastrutture energetiche e l’introduzione di meccanismi che incentivino consumi più flessibili.
Nel medio termine continueranno inoltre a essere necessarie tecnologie complementari, tra cui il gas naturale e, in alcuni Paesi, il nucleare. Per l’Italia, tuttavia, un eventuale contributo dell’energia nucleare richiederebbe tempi lunghi e non eliminerebbe completamente i rischi legati alle dipendenze tecnologiche e alle forniture di combustibile.
La trasformazione del sistema energetico richiederà investimenti enormi. In questo processo il sistema finanziario non è chiamato a guidare la transizione, ma a sostenerla attraverso una corretta valutazione dei rischi e delle opportunità.
Negli ultimi anni la finanza sostenibile ha conosciuto una forte espansione grazie alla crescita delle obbligazioni verdi e dei fondi ESG. Oggi, tuttavia, appare sempre più chiaro che gli investitori continuano a basare le proprie decisioni principalmente sul rapporto tra rendimento e rischio.
Per favorire la mobilitazione dei capitali servono quindi regole stabili, trasparenza e una migliore disponibilità di informazioni sulle caratteristiche energetiche e ambientali di imprese e immobili. In questo senso, il dibattito europeo sulla rendicontazione di sostenibilità e sulla revisione delle norme comunitarie rimane centrale.
Uno dei segmenti più promettenti è quello dei mutui e dei prestiti verdi destinati all’efficientamento energetico degli edifici, all’autoproduzione di energia e alla riduzione dei consumi.
In Italia la quota dei mutui verdi sulle nuove erogazioni è raddoppiata tra il 2022 e il 2024, raggiungendo il 12%. Le evidenze disponibili indicano che questi finanziamenti presentano generalmente un rischio di credito inferiore rispetto ai prestiti tradizionali perché gli interventi di efficientamento riducono l’esposizione delle famiglie e delle imprese agli shock energetici.
Secondo l’analisi, una definizione europea più uniforme di “prestito verde” potrebbe favorire ulteriormente la crescita del mercato, migliorare la raccolta dei dati e, nel tempo, consentire trattamenti prudenziali più favorevoli da parte delle autorità di vigilanza.
Particolarmente rilevante appare il ruolo delle piccole e medie imprese. Molte PMI manifestano interesse crescente verso interventi di efficientamento energetico e autoproduzione da fonti rinnovabili, ma continuano a incontrare difficoltà nell’accesso ai finanziamenti.
La diffusione di strumenti innovativi, come i contratti “pay as you save”, gli accordi di prestazione energetica e i Power Purchase Agreement (Ppa), potrebbe facilitare gli investimenti riducendo l’esborso iniziale necessario per realizzare gli impianti.
Secondo alcune stime, il pieno utilizzo dei tetti dei capannoni industriali italiani per l’installazione di pannelli fotovoltaici potrebbe addirittura raddoppiare la capacità attualmente installata nel Paese, con investimenti stimati tra 30 e 36 miliardi di euro.
La transizione energetica viene dunque interpretata sempre più come una leva di competitività, sicurezza economica e sviluppo industriale. Ridurre la dipendenza dall’estero, contenere l’esposizione agli shock dei prezzi e costruire un sistema energetico più efficiente rappresentano obiettivi che vanno ben oltre la sostenibilità ambientale.
Per raggiungerli sarà necessario accelerare le autorizzazioni, rafforzare reti e sistemi di accumulo, favorire gli investimenti privati e garantire un quadro normativo stabile e prevedibile. In questo percorso la finanza potrà svolgere un ruolo decisivo, accompagnando famiglie e imprese verso una trasformazione che appare sempre più indispensabile per la crescita futura del Paese e dell’Europa.