ABI: Pil a rischio -18% per declino demografico
ABI segnala che il calo demografico può ridurre il Pil del 18% entro il 2040, frenando crescita, produttività e sostenibilità del welfare. Servono politiche attive e più occupazione.
L’Italia sta entrando in una fase in cui la demografia non è più uno sfondo, ma una variabile che condiziona direttamente la crescita economica. L’ABI lo dice con una cifra che non lascia spazio a interpretazioni: senza interventi, il Pil potrebbe essere più basso del 18% nel 2050 rispetto a uno scenario in cui popolazione e occupazione restano stabili. Un impatto che diventerebbe ancora più pesante nel 2080, quando la perdita potenziale supererebbe il 30%.
Il calo delle nascite non è un fenomeno recente, ma oggi assume una dimensione strutturale. L’Istat prevede che la popolazione residente scenderà dagli attuali 59 milioni a 54,7 milioni nel 2050, fino a 45,8 milioni nel 2080. Non è solo un tema di numeri: è la composizione a cambiare. La popolazione in età lavorativa passerà dal 67,3% al 58,2% entro metà secolo.
Significa che ogni persona attiva dovrà sostenere un numero crescente di giovani e anziani. Nel 2050, 100 lavoratori ne sosterranno 72; nel 2080, 75. È un equilibrio che mette sotto pressione pensioni, sanità, assistenza e finanza pubblica.
L’ultimo bilancio demografico mostra una popolazione quasi invariata, ma è un’illusione statistica. Il saldo naturale è profondamente negativo: 355 mila nati contro 652 mila decessi. La fecondità è scesa a 1,14 figli per donna, uno dei valori più bassi d’Europa. A evitare un calo immediato è solo il saldo migratorio positivo.
L’ABI individua quattro direttrici su cui agire subito, perché la natalità – pur essenziale – produce effetti solo nel lungo periodo. Le leve immediate sono:
-
giovani: troppo spesso intrappolati in percorsi precari e poco retribuiti;
-
donne: l’Italia continua ad avere uno dei tassi di occupazione femminile più bassi dell’Ue;
-
laureati: formati, ma non sempre assorbiti da imprese e servizi ad alto valore aggiunto;
-
immigrazione regolare: da programmare come risorsa economica e sociale, non come emergenza.
Il confronto europeo è eloquente: l’82,3% dei giovani neodiplomati e neolaureati lavora nell’Ue, contro il 69,6% in Italia. Per i percorsi tecnico-professionali il divario è ancora più marcato.
Gli over 65 rappresentano il 25,1% della popolazione, con un’età media di 47,1 anni. È il valore più alto dell’Unione europea. Ma l’invecchiamento non pesa allo stesso modo su tutti. Le famiglie con risorse possono acquistare servizi, integrare la pensione, sostenere i figli. Quelle più fragili subiscono ogni passaggio: salari bassi, carriere discontinue, assistenza agli anziani, affitti elevati, rinvio della maternità.
La demografia, così, diventa un amplificatore delle disuguaglianze.
Le banche non osservano da lontano. Gianni Franco Papa, presidente del Comitato ABI “Evoluzione Demografica e Servizi Bancari”, sintetizza la sfida: la transizione demografica va gestita come una strategia nazionale.
Nel perimetro individuato dall’ABI rientrano:
-
previdenza complementare;
-
assicurazioni;
-
credito per innovazione e imprese;
-
educazione finanziaria;
-
imprenditoria giovanile e femminile.
Marco Elio Rottigni, direttore generale dell’ABI, ribadisce che il sistema bancario è pronto a collaborare con le istituzioni. Ma senza una regia pubblica, gli strumenti rischiano di essere frammentati o di raggiungere solo chi è già incluso.
Il 2050 non arriverà all’improvviso. È già visibile nelle classi scolastiche meno affollate, nei reparti ospedalieri più pieni, nelle imprese che cercano tecnici e non li trovano, nelle famiglie che vivono con un solo stipendio.
La differenza la farà la capacità di intervenire ora, prima che la curva demografica diventi una barriera.