Economia circolare: consultazione su Passaporto digitale PMI
La Commissione Europea ha avviato una consultazione rivolta alle PMI per raccogliere opinioni su uno degli strumenti più ambiziosi del Green Deal: il Passaporto Digitale dei Prodotti (Digital Product Passport, o DPP).
Il DPP è una delle innovazioni chiave introdotte dal Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR) del 2024, pensato per archiviare e condividere dati rilevanti sulla sostenibilità, la durabilità e altri aspetti ambientali di ciascun prodotto. In pratica, ogni articolo messo in commercio nell’Unione Europea dovrà essere accompagnato da una scheda digitale accessibile — tramite QR code o altri sistemi — a consumatori, imprese e autorità di vigilanza. Un documento invisibile ma sempre presente, capace di raccontare la storia di un prodotto: da dove vengono i materiali, quanto dura, come si ricicla.
Per preparare un atto delegato che stabilisca le regole per i fornitori di questi servizi digitali, la Commissione ha affiancato alla consultazione pubblica che si è svolta tra aprile e luglio del 2025 un questionario specifico rivolto alle PMI. L’obiettivo è capire come queste imprese — spesso prive di grandi strutture informatiche o uffici legali dedicati — si rapportano con un sistema che cambierà radicalmente le modalità di documentazione e tracciabilità dei prodotti in tutta Europa.
Al centro della consultazione c’è una domanda concreta: chi gestirà i dati dei passaporti digitali, e secondo quali regole? Il regolamento ESPR lascia agli operatori economici la libertà di scegliere se archiviare i dati del DPP nei propri sistemi oppure affidarsi a fornitori terzi specializzati. Ma la libertà di scelta, in questo caso, rischia di essere più teorica che reale. Si prevede che molte PMI non dispongano delle risorse necessarie per creare, autenticare, elaborare e conservare autonomamente tutti i passaporti, rendendo di fatto indispensabile il ricorso a servizi esterni. Ed è proprio qui che entra in gioco la questione della certificazione di questi fornitori: chi garantisce che i dati siano gestiti in modo sicuro, affidabile e interoperabile?
Il questionario ha esplorato diverse opzioni. Tra i partecipanti alla consultazione più ampia, circa un quarto ha espresso preferenza per un modello ibrido che combini l’autodichiarazione con la certificazione da parte di un ente accreditato. Altri hanno indicato la preferenza per una certificazione rilasciata direttamente da organismi di valutazione della conformità, accreditati a livello europeo o nazionale. Il dibattito è aperto, e le PMI hanno ora l’occasione di far sentire la propria voce prima che le regole vengano scritte definitivamente.
Le scadenze, nel frattempo, si avvicinano. Dal 2027, le prime categorie di prodotti — tra cui tessili, mobili, pneumatici e materassi — dovranno essere accompagnate da un DPP obbligatorio. Tra il 2028 e il 2029 toccherà ad acciaio, alluminio, elettronica e batterie. Ignorare questi tempi non è una strategia percorribile: chi si presenta sul mercato europeo senza il passaporto digitale rischierà di non poter vendere, indipendentemente dalla qualità del prodotto.
Per le PMI italiane ed europee, che rappresentano la stragrande maggioranza del tessuto produttivo continentale, adeguarsi in tempo non è un’opzione ma una necessità. La consultazione lanciata dalla Commissione è un segnale positivo: Bruxelles sembra intenzionata a costruire questo sistema insieme alle imprese, ascoltando le difficoltà pratiche prima di imporre obblighi. Ma la finestra per influenzare le scelte regolatorie si sta chiudendo. Il conto alla rovescia è già iniziato, e farsi trovare impreparati potrebbe costare molto caro.